Dalla prima pagina 
Trieste: diario di un week end


VIAGGIATORI A TRIESTE

 

Ore 15,00 del 22 aprile 2005: si parte in tre da Montichiari in direzione Trieste, città di frontiera, città dai molti volti, città di mare, città della Bora.

I volontari dell’Associazione Brez Meja (= Senza Confini) saranno il nostro punto d’appoggio, condividendo con noi parte del loro tempo.

All’ingresso di Trieste il paesaggio si apre su un placido mare e ci fermiamo in località Barcola, nei pressi del castello di Miramare, godendoci la luce del tardo pomeriggio e passeggiando sullo spazioso lungomare.

La prima comune sensazione è di non sentirsi “turisti”, ma viaggiatori animati da una sana curiosità di conoscere, a proprio agio in una città che si presenta subito a misura d’uomo.

Ceniamo in un piccolo, accogliente ristorante. Il proprietario, persona solare ed intraprendente, ci accoglie con molte appetibili proposte per poi sorprenderci con un trittico apprezzatissimo.

Il ristoratore è originario di Pola, oltre confine, residente da anni a Trieste e perfettamente integrato; spontaneamente ci descrive i triestini come gente splendida.

Avvisiamo il nostro contatto, Francesca, per confermare l’orario ed il punto d’incontro, a cui ci presentiamo con alcuni minuti di ritardo perché pervasi da un senso pieno di tranquillità e dalle buone chiacchiere a cui l’atmosfera calda del locale di induce.

Individuiamo Francesca senza difficoltà e raggiungiamo il luogo dove pernotteremo. E siamo già “viziati”. Ci offre un’ottima tisana che degustiamo in compagnia, conoscendoci un poco; gesto spontaneo e cortese che favorisce il dialogo tra noi.

Dopo un placido, profondo sonno ed una familiare colazione con prodotti equo-solidali, ci incamminiamo alla fermata del bus per raggiungere il centro città. Scendiamo al capolinea e ci divertiamo al toto-Michela per alcuni minuti.

Incontriamo così la giovane archeologa che ci accompagnerà nella visita alla città. Michela dopo lo studio ha scelto di vivere a Trieste; impegnata nella Bottega Brez Meja, è anche tra le promotrici di un progetto cofinanziato dalla comunità europea che coinvolge le scolaresche triestine sul tema della conoscenza e valorizzazione del patrimonio storico-archeologico.

Scopriamo i caratteristici panduri, strane teste in pietra poste come portafortuna sui portoni delle antiche case, gli imponenti palazzi delle Compagnie di Assicurazioni e delle Banche, il Canal Grande, il borgo Teresiano, le piazze, l’aspetto cosmopolita assunto da Trieste nel 1782 anche per la presenza di molte chiese consacrate a diversi culti: la chiesa cattolica, la chiesa greco-ortodossa, la chiesa serbo-ortodossa, il tempio israelitico, la chiesa evangelica luterano e metodista.

Purtroppo le comunità religiose non sono aperte ad un dialogo e ad un confronto con le diverse realtà; persiste un atteggiamento di chiusura a strenua salvaguardia del proprio gruppo.

In via San Nicolò si trova la libreria antiquaria fondata nei primi anni del Novecento ed acquistata alla fine della prima guerra mondiale dal poeta triestino Umberto Saba. La libreria divenne in quegli anni un importante centro culturale e luogo d’incontro per gli intellettuali. Affacciandoci con timore reverenziale alla storica porta d’ingresso, ci imbattiamo in un eclettico ed attento libraio. Egli ci introduce con pungente ironia ad un diffuso e tipico atteggiamento triestino; ci svela la presenza di una nota società locale sempre in espansione, che non teme concorrenza e che conta innumerevoli benemeriti soci, la “non si può SPA”, causa di uno stato di immobilità nello sviluppo della città stessa.

Prima di pranzo ci concediamo un aperitivo nel rinomato “caffè San Marco”, aperto nel 1914, dove ci raggiunge la milanese Sonia, con cui condivideremo questo fine settimana “responsabile”.

  

Un pranzo leggero al Knulp, pittoresco locale multietnico e bar-libreria equo-solidale; un ambiente gioviale dove si può liberamente consultare libri e riviste.

Nel pomeriggio decidiamo di percorrere il centro storico, con strette vie e scorci su una zona della città con storici edifici in stato di abbandono, ma con alcuni lavori in corso che fanno ben sperare in un oculato recupero.

Saliamo quindi al colle di S.Giusto, sulla cui sommità si trova la cattedrale in stile romanico; la semplice facciata è abbellita dal grande trecentesco rosone centrale.

 

Ci spostiamo a San Saba, visita d’obbligo per avvicinarci ai sentimenti ed al sofferto vissuto nel recente passato di Trieste. Grande complesso di edifici costruito nel 1913 nel rione San Saba per la pilatura del riso, venne utilizzato dai nazisti come campo di concentramento, l’unico in Italia.

 

Tappa alla Bottega per conoscere meglio il “Progetto Savana 333”, una cooperativa a supporto dello sviluppo economico sostenibile del campo di Robidire, in Uganda del Nord, dove nel 1991 sono confluiti i profughi della guerra del Sud Sudan. Gruppi di donne producono beni artigianali, tra cui i tappeti di palma abbelliti da colori di origine naturale e disegni a loro discrezione.

 

Cena in osmiza dove degustiamo l’aspro tipico vino locale e saporiti affettati nostrani presentati su un unico collettivo vassoio da cui ci serviamo generosamente. Individuiamo la casa grazie alla frasca, un ramo d’edera posto nelle vicinanze dell’osmiza, la cui origine risale ai tempi dell’impero austro-ungarico, quando ai contadini veniva concessa la vendita di alcuni prodotti propri per un periodi di otto giorni; in sloveno osem significa otto.

La grande stanza riscaldata con una stufa a legna si riempie velocemente di gente che si dispone intorno ai tavoloni di legno, ricoperti da una bianca tela cerata ravvivata da rossi motivi geometrici. La serata si anima con i festeggiamenti dei gruppi presenti: una numerosa comitiva riunita per una cena di compleanno ed una giovanile compagnia per una festa di laurea. Toni alti e confusi si alternano a momenti di calma, richieste di attenzione per la lettura di un biglietto di auguri, si alternano a ritornelli cantati dagli invitati. Un po’ coinvolti dall’allegria diffusa, un po’ frastornati dall’intenso chiacchiericcio circostante, trascorre la serata fino a che la stanchezza ha il sopravvento.

 

Nere nuvole cariche di pioggia ci accolgono la domenica mattina, ma non ci convincono a rinunciare all’escursione nella zona del Carso, parola di origine slava che significa pietra o roccia.

Alla stazione ferroviaria rintracciamo Paola, proveniente da Padova; è lei la simpatica e gioviale promotrice di questa iniziativa tramite la cooperativa “Viaggi e Miraggi”.

 

Scopriamo in Francesca una preparata geologa, che ci spiega la particolare conformità del terreno. Prendiamo confidenza con l’ambiente che ci circonda; identifichiamo le doline, i campi solcati, le vasche, le scanalature.

Una pioggia insistente ci costringe a lasciare la zona con un po’ di rammarico perché dobbiamo rinunciare a scoprire altre interessanti caratteristiche morfologiche.

Ci rifugiamo in un discreto ristorante ed è a tavola che scaturisce il proposito di ritrovarsi in un prossimo futuro a Venezia, meta facilmente raggiungibile sia da Trieste sia da Brescia.

 

A noi l’onere ed il piacere di mantenere l’impegno per non “perdersi di vista” e questo ha tutto l’aspetto di essere uno dei migliori risultati che potessimo attenderci dal breve, edificante viaggio, goduto a piene mani.

(Lidia - week end a Trieste del 23/24 aprile 2005)

 

 

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